Una follia di famiglia

Mario, da manager della grande distribuzione, all’alba dei suoi 50 anni scopre per caso il Podere e ha una “visione”

affiancato dalla moglie Cocò e dai figli Rosario, Emma e Francesca, decide di dare una sferzata di rinnovamento alla propria vita, acquistandolo.

Appellato da tutti come folle, ma noncurante dell’altrui pensiero, persegue il suo obiettivo. Non se definisce il proprietario, bensì il suo “custode”, assumendosi l’impegno morale di riportarlo agli antichi fasti.

Il respiro del tempo

Una storia che affonda le radici tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600, quando il podere apparteneva alle monache benedettine di Adrano. Poi, nell’ottocento, passò a un parente della priora, e infine a un pastore soprannominato “Vitrognu”, quasi una leggenda. Fino al 2017, anno della scoperta

E’ stato rinvenuto selvaggio, ferito, ma luminoso. L’edificio era in rovina, eppure la terra respirava ancora. Tra boschi maestosi – protetti dall’UNESCO – e filari di viti, c’era una biodiversità unica, un tesoro antico. Frutti dimenticati dell’Etna, ora riportati in vita, sussurrano storie di secoli.

E a est, il torrente Torrette segna il confine, serpeggiando tra colate laviche dell’Ellittico, come un confine tra passato e presente. Qui, la natura e la storia si intrecciano in un abbraccio che dura da secoli.

Tutta colpa del Terrazzo

Il primo sopralluogo fu uno schianto al cuore. Muro dopo muro, solo degrado e abbandono. Pareva impossibile che quel luogo avesse mai conosciuto vita. Ma poi, salendo sul terrazzo della casa poderale, tutto cambiò.

D’un tratto, il vento portò via ogni dubbio. Lo sguardo di Mario si perse oltre i ruderi, oltre il tempo, dove la tenuta non era più ciò che era, ma ciò che sarebbe diventata. Un sogno a occhi aperti: viti rigogliose, frutti antichi risorti, il respiro lento della terra.

La decisione arrivò come un lampo. “Lo prendo. E cominciamo oggi stesso.”

E quando toccò battezzare quel angolo di paradiso, il nome venne da sé: un tributo all’Etna più segreta, quella lontana dal clamore, dove la lava e il silenzio scrivono ancora storie intatte. Qui, nessuna speculazione, solo l’eternità di una promessa.

Perché a volte, il futuro si mostra solo a chi sa guardare attraverso le rovine.

La Grotta dei misteri

A nord della tenuta si cela un tesoro della terra: una magnifica grotta lavica, scolpita dal fuoco primordiale dell’Etna. Per ora, è possibile ammirarne solo l’esterno – ma già quel portale di roccia nera, sibilante di echi antichi, racconta storie senza tempo.

E tra queste, una leggenda avvolta nel fumo della Storia. Si dice che nel 1860, dopo i tragici Fatti di Bronte, le truppe di Nino Bixio, in marcia verso Giardini Naxos per ricongiungersi a Garibaldi, scelsero i sentieri selvaggi dell’Etna. E qui, nell’improvviso infuriare di un temporale, trovarono rifugio proprio tra queste pareti di lava.

Sarà vero? Nessun documento lo conferma, ma la grotta custodisce il sussurro di quegli stivali, il rombo di quegli acquazzoni, l’affanno di uomini in fuga verso il destino. Forse la pietra ricorda più di noi.

Chissà se, al chiarore dei lampi, Bixio stesso abbia posato la mano su questa roccia, mentre il vulcano brontolava in lontananza. La verità è sepolta nella lava. Ma a volte, le leggende sono la storia che non ha smesso di respirare.

Il prestigio di non essere in DOC

Antichi vigneti di Barbera e Grignolino, dimenticati dal tempo, hanno ritrovato la luce. Trecento ulivi plurisecolari, testimoni muti di epoche lontane, sono stati liberati dall’incuria – ora le loro radici bevono di nuovo la vita.

Ma non ci si è fermati qui.

Un campo di erbe officinali ora profuma l’aria, mentre mandorli, noccioli e melograni allungano i loro rami verso il cielo. Frutti antichi dell’Etna, quasi perduti, sono tornati a fiorire, come un ponte tra passato e futuro.

E poi, il vigneto. Due ettari di coraggio e visione, dove Sauvignon, Riesling e Viognier danzano accanto a Petit Verdot, Pinot Nero, Grenache e Frappato – uve ribelli, fuori dagli schemi, che sfidano il vulcano con grazia e audacia.

Qui, ogni pianta è una promessa mantenuta. Ogni frutto, un inno alla pazienza e alla speranza. Perché questa terra, un tempo dimenticata, ora canta di nuovo. E la sua voce è dolce, forte, e piena di domani.

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